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DONNA OLIMPIA

Donna Olimpia Maidalchini (Viterbo, 26 maggio 1592 – San Martino al Cimino, 26 settembre 1657) fu una delle protagoniste della storia di Roma nel XVII secolo. Figlia di un appaltatore viterbese, il capitano Sforza Maidalchini, e di Vittoria Gualterio, Patrizia di Orvieto, Patrizia Romana e Nobile di Viterbo. Il padre, fermamente intenzionato a lasciare unico erede il figlio maschio, aveva destinato le tre figlie femmine al convento, come accadeva normalmente all’epoca (si pensi alla storia della Monaca di Monza, ambientata nello stesso periodo).

(Busto di Donna Olimpia)
 (Un interessante racconto sulla vita di Olimpia è disponibile cliccando al seguente link: Vita di Donna Olpimpia - Atlantide La7)

Olimpia però non aveva alcuna intenzione di lasciarsi rinchiudere: affidata ad un direttore spirituale incaricato di convincerla a prendere il velo, lo accusò di tentata seduzione procurando uno scandalo tale che il pover’uomo fu sospeso a divinis e sembrò destinato a tristissima sorte. Ma siccome questa vicenda le aveva consentito di costringere il padre a permetterle di prendere marito (che era una spesa, all’epoca, essendo i padri tenuti a dotare le figlie), Olimpia dovette serbargli una qualche gratitudine per averla sottratta alla reclusione, e anni dopo, divenuta “la papessa”, lo fece nominare vescovo.
Si sposò dunque, Olimpia, giovanissima, con un ricco Paolo Nini che la lasciò vedova, ricca e libera dopo soli tre anni.
Sposando Pamphilio Pamphili, entrò nella nobiltà romana e con l’elezione pontificia, del cognato Giovanni Battista Pamphili, acquisì grande potere e ingenti ricchezze, tanto da essere chiamata ironicamente la papessa.
Dal cognato Papa Innocenzo X si fece nominare Principessa di San Martino al Cimino e feudataria di Montecalvello Grotte Santo Stefano e Vallebona.
Per chiunque fosse interessato alla vita di questa grande donna, consiglio di leggere “La Papessa segreta” di Eleanor Herman.
(Papa Innocenzo X in un ritratto del  Velasquez)

La giovane donna, di natura ambiziosa e avida, ed estremamente volitiva, aveva ben imparato sulla propria pelle che l’unica difesa da un mondo fondato sulla prepotenza l’avidità e l’ipocrisia era combatterlo con le stesse armi; scelse come secondo marito un romano di famiglia nobile ma impoverita, più vecchio di lei di 31 anni, Pamphilio Pamphilj, che sposò nel 1612. Questi la introdusse nella società romana e, soprattutto, la imparentò con suo fratello Giovanni Battista, brillante avvocato di curia e futuro Papa Innocenzo X.
La presenza di Olimpia (ed il suo supporto economico) accompagnò la carriera del cognato Giovanni Battista Pamphilj fino al conclave ed oltre il soglio di Pietro, e non fu una presenza discreta: tutta Roma (a cominciare da Pasquino) parlava e sparlava di come Donna Olimpia apparisse molto più legata al cognato che al marito, di come chiunque volesse arrivare all’ecclesiastico Pamphilj dovesse passare attraverso la cognata, e di come costassero cari i suoi favori.
È certo che, così come era stata la principale artefice dell’elezione a papa del cognato, quando questa fu conclusa Olimpia divenne la dominatrice indiscussa e assoluta della corte papale e di tutta Roma. La sua influenza sul cognato pontefice era tale che ogni decisione importante era comunque sotto il suo vaglio.
Si disse che la sua beneficenza fosse sempre interessata: che la protezione assicurata alle cortigiane mascherasse una vera e propria organizzazione del traffico della prostituzione[, che i comitati caritatevoli per l’assistenza ai pellegrini del Giubileo del 1650 fossero organizzati a scopo di lucro, che il Bernini, allora in disgrazia, avesse ottenuto la commessa per la fontana dei Quattro Fiumi di Piazza Navona solo per aver fatto omaggio alla Pimpaccia di un modello in argento alto un metro e mezzo del lavoro che voleva eseguire.
Rimasta vedova nel 1639 di Pamphilio (che naturalmente la vox populi voleva morto di veleno), ricevette dal cognato papa il titolo di principessa di San Martino al Cimino nel 1645 e feudataria di Montecalvello, Grotte Santo Stefano e Vallebona.
Il figlio di Donna Olimpia, Camillo Pamphilj fu nominato dalla zio, generale della Chiesa, comandante della flotta e gli fu dato il governo di Borgo. Poi il giovane nipote sembrò interessarsi alla vita ecclesiastica e fu posto a fianco al cardinale segretario di Stato Panciroli. Ma Camillo Pamphilj successivamente conobbe Olimpia Aldobrandini giovane vedova del principe Borghese e nonostante il parere contrario della madre, la sposò. Il papa accettò il matrimonio, ma temendo conflitti tra le due Olimpie, mandò i novelli sposi a vivere a Frascati. Li richiamò a Roma alcuni anni dopo quando forse trovando difficile arginare l’influenza ingombrante di Donna Olimpia Maidalchini, pensò di contrastarne l’arroganza avvicinandole un’altra donna dal carattere forte come Olimpia Aldobrandini. Le due Olimpie effettivamente vennero a contrasti, ma fu sempre Olimpia Maidalchini ad avere la meglio e restare unica signora alla corte pontificia.
Alla morte di Innocenzo X, il 7 gennaio 1655, si dice:


« ella trasse di sotto il letto papale due casse piene d’oro, se le portò via, e a quanti le chiedevano di partecipare alle spese del funerale del papa rispondeva: “Che cosa può fare una povera vedova?” »

Ritiratasi da Roma dopo la morte del papa nel 1655, la curia romana tentò di rientrare almeno in parte in possesso delle ricchezze accumulate da Donna Olimpia a spese dello Stato pontificio, ma inutilmente. Anche le spese funebri per Innocenzo X furono evitate, e solo tardivamente il nipote Camillo ravveduto, fece erigere un monumento funebre a suo zio nella chiesa di S. Agnese in piazza Navona a Roma.
Donna Olimpia morì di peste nelle sue tenute viterbesi di San Martino al Cimino nel 1657, lasciando in eredità 2 milioni di scudi. Ella è sepolta sotto la navata centrale della Basilica di San Martino al Cimino.
Una leggenda vuole che il 7 gennaio, giorno dell’anniversario della morte di Innocenzo X, la Pimpaccia corresse ancora per le strade del centro di Roma su una carrozza in fiamme, dal palazzo di Piazza Navona, attraversando Ponte Sisto, per andare a sprofondare nel Tevere con i tesori che aveva accumulato, o semplicemente per spaventare i passanti nottambuli.
Fino al 1914 esisteva, fuori Porta San Pancrazio nei pressi di villa Pamphili, una Via Tiradiavoli, così denominata perché si diceva (secondo un’altra versione della stessa leggenda) che lo stesso carro di fuoco la percorresse di gran carriera per portare la Pimpaccia alla villa papale, e che i diavoli vi avessero aperto una voragine per riportarsi all’inferno la Pimpaccia, il carro e tutto il resto.
(Fonti: Wikipedia)